In (ir)realtà

aprile 9, 2013

Si ricomincia da qui, alla fine.

Voce del verbo: indìce (sogg. sott. terza pers. sing.).

ottobre 27, 2011

Hoard
Collect
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Index.

Catalogue
Preserve
Amass
Index
.

[Steven Wilson, 2011]

*

Ci sono le nuvole tonde e grigie, e lunghe festuche di luce che le pungono sulla pancia infilandosi sotto il cielo da ovest. C'è il ramo di un roseto sfuggito alla potatura che si protende oltre il giardino in cui è nato, fuori, sulla strada, ondeggiando sulle teste dei passanti e tirando il capo verso l'alto con tutte le sue forze, in cerca della luce che gli serve per quegli ultimi boccioli prima che li trovino il primo gelo o le mani degli uomini. C'è una partenza imminente, una fame da placare, piccole mani da stringere, dolori lontani che vanno e tornano come ondate di marea. E poi le contrazioni del senso da sorvegliare, i sogni da non lasciar svanire, zucchine, carote e patate da bollire, nuove consistenze da imparare, equilibri da trovare, caffè da bere, abbracci da rincorrere.

Poi vengono, improvvise, le cadute da accogliere con gioia, gl'incarti di plastica che diventano fantasmagorie di suoni e colori; dopo vengono vertebre che si schiacciano da distendere con riposo e pazienza, obiettivi da pulire e obiettività da abbandonare, procedendo di tre in tre, perché un-tza-tza è la danza del mondo che annienta le distanze.

[continua]

Sessanta all’ora? Minuti. Giorni. Anni. Fa.

agosto 1, 2011

– … really.
– No, I don't.
– But yes, you do! You talk about it like it was, I don't know… a lost planet. You do really sound like the Doctor telling stories 'bout Gallifrey.

*

E niente, poi succedono due cose insignificanti. Tipo: questo spilungone con gli occhi blu e le orecchie decisamente fuori scala, che parla di sé in terza persona e nella sua lingua madre, che in sogno viene a farti quest'appunto… e che, a ottocentoepassa chilometri dal punto del pozzo-paese in cui ora vivi, un vecchio scooter color mulignana viene dato via per pochi soldi, per fare spazio in garage. Era lì a prendere polvere da anni, ormai. Da quando sei andata via qui non lo usava più nessuno. Lì per lì hai detto "avete fatto benissimo"… poi un paio di giorni dopo ti torna in mente e non riesci a smettere di pensarci per un po'.

Però, pensi ora, proprio quel mezzo, proprio quel motorino, in una fetta di mondo in cui la parola scooter era arrivata solo a macchia di leopardo e anzi, in un tempo di quell'angolo di mondo in cui la parola scooter non era ancora proprio arrivata. No, perché ecco, all'improvviso è tornato tutto, lentamente, come una marea, ma inarrestabile. Una madeleine gigantesca, che stava nascosta dentro una parola, e un'immagine: minchia, lo Zip! Che qualcuno chiamava 'a carcioffola. Le due ruote che sono state il tuo primo vero mezzo di locomozione in quel recesso del pozzo in cui la bici in strada no, proprio no, e che sono state la tua prima vera indipendenza e libertà. Dal '95 a… quando sarà stata l'ultima volta? Un anno fa? Due, non di più. Dal '95 a due anni fa… fanno quattordici anni. Quasi metà della tua esistenza. E così, tutto è tornato indietro: la scuola, i mille modi che vi inventavate per bloccargli entrambe le ruote con una sola catena – perché se ve lo rubavano non se ne poteva mica comprare un altro – e la proprietà condivisa con gli amici di sempre. Perché non era solo tuo, ma anche di tuo fratello, e di K., e di tutti gli amici di strada di quegli anni che se non passavi a prenderli tu non si usciva mica. E no. Era un bene comune. E poi le prime volte dal benzinaio, e il sentirsi un po' grandi nel dire "il pieno, grazie", che era cinquemila lire di super e ci si andava avanti tutta la settimana, e gli interminabili giri d'estate su quel sellino che era una tortura cinese andarci in due ma col casco ancora si poteva, e quindi via, senza volerlo nemmeno fare apposta, a scoprire quello che di bello vi era rimasto tra una cava e l'altra, su quelle colline che erano il mondo intero, a cercare le terrazze più belle a San Leucio, a Puccianiello o sulla panoramica per Casertavecchia, quei punti spettacolari da cui guardare la città fino a Napoli e fino al mare, chiedendosi con Maria che ne sarà di noi, e quella volta con Ketty fino su a Durazzano, da incoscienti, senza dire niente ai genitori, con addosso il brivido della fuga e dell'avventura anche se erano solo quindici chilometri, sfidando tutti i divieti e le proibizioni parentali solo per andarvene a prendere ombra e albicocche in un giardino antico e segreto. E poi i primi amori che volavano a sessanta all'ora come se avessero avuto le ali, e le litigate colla buonanima del portiere del parco della zia perché te lo lasciassero tenere dentro, e le corse al giardino del nonno per lasciarlo al sicuro e poi correre di volata alla stazione a prendere il treno per andare all'università, e i lunghi abbracci degli amici, perché il solo modo per viaggiare in due sul quel coso era diventare l'uno lo zainetto dell'altro, e i primi brividi che ti entravano fin dentro la schiena quando per caso potevi dare un passaggio al ragazzo che ti piaceva, con tutti i peli che ti si drizzavano sulla pelle, e le fughe sulla Collina, o ai Ponti della Valle, e i colori del tufo e gli odori delle stagioni, delle ginestre, delle cave e dell'origano… e poi anche lui, l'amore della vita, quando lo andavi a prendere alla Reggia e ve ne andavate in giro con lui ancora in divisa. Ma quanta, quanta vita c'era in quella profondità del pozzo-paese? E perché ora, improvvisamente, che un altro pezzetto di quella vita se ne va – solo un motorino – ti appaiono come racconti della vita di qualcun altro e insieme indiscutibilmente vicini, ancora incollati al nocciolo stesso di tutto quello che sei oggi? E dunque?

E niente. E' che oggi sono qui, in questo punto del pozzo-paese così lontano, diverso eppure un po' uguale a quello in cui sono nata e cresciuta. Sono qui, dopo tutti quegli anni trascorsi in sella a quel motorino sognando di andare via, e c'è questo strano senso. Di scollamento. E oggi c'è questo piccolo essere umano tutto nuovo, venuto da me e da quel ragazzo che allora viaggiava con me su quel sellino, e… cosa saprà, lei, di tutto questo? A quel mondo farà probabilmente visita solo di tanto in tanto, e i luoghi che saranno cari alla sua memoria di adulta come quelli lo sono per me apparterranno probabilmente a quest'altro lato della mia traversata del pozzo-paese. Ma come sarà? Lei non saprà di tufo e ginestre, né dei luoghi che ho vissuto e amato nonostante tutto, con forze e intestino, perché così è laggiù, si ama e si odia ogni cosa senza sconti, perché la terra, la madre da cui si nasce non si può scegliere, e non a tutti va di culo, e allora si vive tutto, tutto e senza mezzi termini. Questa piccola non saprà né vedrà granché dell'adolescenza dolorosa e straordinaria della sua mamma, e chissà se io saprò mai portarle testimonianza di quel mondo così vivo e vivido dentro di me, pieno di odori e musica buona, e voci e presenze che non ci sono più, pur vivendo ancora nei recessi più remoti del mio linguaggio.
Cosa sarà di tutto questo, nel futuro che verrà? E' davvero successo, tutto quello che è successo? Abbiamo davvero volato a sessanta all'ora nel tempo e nello spazio, sognando un altrove che ci stesse meno stretto, e poi siamo davvero andati via, uno dopo l'altro, mentre il mondo che abbiamo così intensamente vissuto cambiava, andava avanti lasciando frettolosamente il posto ad altro, e di ciò che ci apparteneva non è rimasto granché fuori, ma solo dentro, nelle gambe con le quali abbiamo aizàto in cuòllo? Sono davvero accaduti la scuola, gli amori, i libri, le morti, le voci e quel paesaggio, proprio quello? E se sì, come faremo a mostrare ai nostri figli il nostro mondo, che è anche il loro perché da quello siamo venuti noi e quelli prima di noi? Come lo racconterò, lontano com'è nel tempo e nello spazio, quel mondo rumoroso e colorato che in qualche modo vorrei farle conoscere, se non altro per dirle un domani ecco, esiste una cosa che si chiama scelta, e perché e percome. Ma cosa le racconterò? Questa è la scuola dove tua mamma ha studiato, questo è l'acquedotto dove ha trascorso intere estati ad ascoltare le cave brillare, le cave da cui è venuta la pietra che è servita per fare il cemento che ha fatto andare il mondo avanti, e dal pizzo di quel colle guardava allargarsi i buchi delle discariche, e arrivare i gabbiani, pensando che forse non era ancora il caso di andarsene, che bisognava prendersi il tempo di capire e provare a fare qualcosa, prima, e da lì la mamma e zia Maria e zia Emma discorrevano dell'amore, la vita e le vacche senza arrivare mai a una ceppa di niente, e lì facevano i calzoni buonissimi, e sotto quel portone la tua mamma ha dato il primo bacio, e lassù, all'altro estremo della cinta di colline, verso Capua, lassù, sulla cima dove c'è quel palo che arrugginisce, la tua mamma ha incontrato per la prima volta il suo futuro e solo allora ha capito che era arrivato il momento di togliere le tende, e poi lì è cresciuta con suo nonno, il tuo bisnonno, che era una persona spettacolare anche se parlava pochissimo, e se n'è andato troppo presto ma per fortuna ha fatto appena in tempo a insegnare alla mamma certe cose che non avrebbe potuto imparare da nessun altro al mondo.
E tutto questo non c'è più. Qualcosa, andando via, s'è rotto, s'è interrotto e non potrà mai più essere riparato.

Vuoi tornare –  a volte ti domandi nei momenti in cui questo strappo nella tela del tempo e dello spazio si fa più doloroso. Forse tornare ti aiuterebbe a sanare questa specie di ferita non condivisibile di non-condivisione che ti porti dietro, che ti porti dentro? E no. Perché il mondo è andato avanti prima di tutto per te, cancellando molti dei punti per te più importanti di quel paesaggio che era memoria, continuità e… casa. Tornando a casa non troveresti – come non la trovi già da tempo – quella che hai chiamato casa, né le presenze che l'hanno resa tale. Tutto di quel paesaggio è cambiato, e invecchiato, certo, ma ogni anno sembra che a invecchiare sia il volto di un estraneo, un estraneo sempre più straniato, straniante e stranito. Un estraneo diverso, ogni anno che passa, mentre le città crescono e il cemento continua a colare, a far andare il mondo avanti.

Alla fine mi è semplicemente dispiaciuto che sia andata via, 'a carcioffola, senza averle nemmeno potuto dire ciao. Fare un ultimo giro a sessanta all'ora sulle colline. Mi rendo conto solo ora che, dopo aver passato mezza esistenza a cercare di tagliarla fuori dalle foto di tutti i posti in cui mi ha portato, ora vorrei averne almeno un'immagine decente. E invece no: una delle uniche due che mi ritrovo è per sbaglio, in una delle tante stazioni impresenziate che mi ha aiutato a scovare. Come anche l'altra, capitata per caso con Emma accanto quella volta che eravamo salite a San Leucio per fare le foto per la ricerca scolastica. Insomma, qualcosa. Almeno per dirle grazie. Anche se, dopo tutto.
 

Ti con zero.

maggio 26, 2011

E ora?

Condens’azioni

aprile 3, 2011

There's something in the air that greets me,
There's something in the air,
I don't know where I belong, or where does it go from here.

See my dreams: they're not like anyone's.

[Nick Holmes, 2005]

*

Allora stasera hai deciso di appoggiare in qualche modo il tuo peso sui nervi che stanno sopra la testa del femore – ti ringrazio – in modo da farmi perdere temporaneamente l'uso della gamba sinistra, e nel frattempo mi rendo conto che ti sto parlando, sì, sto parlando proprio con te, che sei ma ancora non ci sei. E io che sorridevo a quelle che mi dicevano "io ci parlo continuamente, fin dal giorno in cui ho saputo che c'era". Quanto sovraccarico emotivo, mi dicevo, un po' afflitta da tutto il gran rumore che ruota intorno alla pro-creazione, il più delle volte considerandolo fuori luogo, inutile, niente più che una sega mentale dovuta a tutta una serie di condizionamenti culturali che da parte mia credevo di aver rigettato un agosto di ormai tanto tempo fa. Ma si vede che questo dia-logare è una cosa che arriva, prima o dopo, ed è bene che me ne faccia una ragione. Quel che vedo e sento, però, è che la gestazione, l'attuazione di una creatura, procede su diversi binari, è un treno i cui vagoni viaggiano non in fila ma l'uno accanto all'altro, parallelamente, con un'andatura che è davvero difficile associare a qualcosa d'altro. Non so.

E il linguaggio, poi.

Nel tempo, l'entità della tua presenza nelle parole è andata progressivamente crescendo in modo del tutto proporzionale alla tua crescita dentro le mie viscere: all'inizio niente, eri una traccia onirica di quelle che al mattino lasciano solo una qualche lontana sensazione al risveglio ma senza che sia possibile ricordarle; più avanti eri uno di quei sogni – o incubi, ché pure ne ho fatti – che si fanno all'alba, che si ricordano a pezzi durante il giorno, all'improvviso, tipo oh, chissà perché non si chiude 'sta cazzo di zip, e poi ah, sì, giusto, è vero. E poi dopo ancora, dopo ancora hai passato la soglia della veglia e sei diventata parola. Prima una. Poi qualcuna in più. Poi a grappoli. Senza neanche rimuginarci sopra, andavi e venivi a onde di frasi qua e là, sul bagnasciuga ghiacciato di giornate invernali corte e sottili, che sono passate presto. Poi hai iniziato a farti sentire, e anche lì il inguaggio è andato di pari passo: quando eri solo un lontano fremito simil-intestinale avevo i primi sussulti di sorpresa e ti cantavo addosso, in macchina, mentre andavo al lavoro. E poi… poi sei esplosa. Nelle parole come nella pancia. E non solo nel mio, di linguaggio, ma anche in quello degli altri intorno. Più ti sentivo differenziarti dal mio organismo più nettamente ti ho visto assumere una tua forma nei significanti e nei significati che ti riguardano, e un ingombro sempre maggiore. Testimonianza ne è il fatto che sei arrivata fin qui, in questo remotissimo angolo del mio linguaggio che non mi serve per costruire relazioni ma solo per rintracciare e fissare ridondanze e ossature – in questo caso quelle generate da te, alle quali, viste le dimensioni fisiche che hai ormai assunto nel mio corpo, in questo preciso spigolo del tempo che sto trascorrendo a questo mondo, mi riesce difficile non pensare. Anche se so che ormai è questione di tempo: passeranno anch'esse, e muteranno in qualcosa d'altro, pur continuando ad avere a che fare con te.

Insomma, col tempo da sogno ti stai facendo anche tu segno, pur restando ancora l'uno e l'altro, come tutti i tuoi simili che sono venuti prima di te, e come quelli che verranno. Dalla relazione tra due cose viventi ora risulti tu, una cosa nuova che prima non c'era, che è insieme fatta delle due cose che l'anno generata e allo stesso tempo diversa da esse. Una metafora di cui ancora non si conosce il significato, forse e più precisamente. Sei. Sei e non sei più noi, o me, né sei più neanche parte di me, no, al limite mi abiti; sei sempre più altra e insieme sempre più vicina: in quest'ultimo mese della nostra buffa coabitazione non c'è più distanza a separararci, né liquida né strutturale. Siamo umane e formate, uguali in tutto e per tutto, e compresse in così poco spazio che non vediamo l'ora di separarci. Rannicchiata e a testa in giù, quando non potrai più muoverti del tutto, a un certo punto tu inizierai a farti strada e io a spingerti via. La nostra separazione sarà la prima cosa che ci permetterà di raggiungerci, alla fine.

Non sarai mia, te lo prometto, ma sarai nata. E questa, delle parole, sarà soltanto l'inizio.

Voce del verbo: gravido (sogg. sott: prima pers. sing.)

febbraio 22, 2011

  No, non soffro di sovraccarico emotivo, non ardo dal desiderio, semmai tardo, indugio per godermelo, per dilatarlo prima di realizzarlo, amandolo nel frattempo. O ancora t'ardo, pure, ché se potessi ti darei fuoco talmente ti voglio, e nel mentre mi domando se è possibile, di tutto questo sognare, recuperare qualcosa, o de-cuplicare, sì, anche solo un segno, una ferita, ché a furia di sognarsi non si finisca per caso col ferirsi, e segnandosi farsi croci e delizie, diventare punti di gravità e lune piene, al cospetto di presenze di un certo peso e che pure, per quanto attraenti, più di tanto non riescono a tirare a sé, al più si ri-tirano – amando – nel dubbio del ma-cosa-sto-dicendo.
  Gli strati sono stronzi, non c'è niente da fare, è tutta una questione di stridori e arsure (estive e invernali), ri-ferimenti, squarci ripetutamente aperti, inferti sulla pelle delle stelle strappate al cielo, de-siderate, tirate giù dalla forza che ci tiene ancorati alla volta (quale?) celeste (e perché non rossa, non gialla?), piombati nell'aria e dis-tanti dalla terra, numerosi e scollati. Com'è bello questo momento di aumento di forza gravidazionale, in cui vivo e vegeto, umana e pianta, con il peso di essere due e una, doppia persona e doppia natura. Sprigiono, senza sentirlo, una forza che non vedo e non scelgo, ma che sceglie me incessantemente facendomi contenere, rendendomi capace delle fantasie mie e di quelle di un altro-da-me, contenente e contenuto, di nuovo segno di qualcosa che non si segna, senza religione, solo un crocevia di destini che sono venuti al mondo dentro, in-nati, che pure non sanno quando e se mai saranno.
  E mentre non so e non vedo mi faccio tempo, e scopro che non tendo più verso l'interesse, non mi interessa più interessare, essere interessata o interessante. E' lo stato interessante quello in cui invece mi immergo, ma non solo ora, bensì nel tempo, nel tondo della parentesi aperta che sono ora e che non si chiuderà se non a tempo debito (o a credito). Tra le due curve così dis-chiuse, quindi, mi aggancio a costruire legami, parentali e fra parentesi, con l'intenzione interstiziale di restarci. A tessere, senza il benché minimo interesse.

Voce del verbo: di parole (an) negate.

febbraio 15, 2011

Era  nel bel mezzo dei Magredi, un giorno che eri andata a pedalare per scacciare via il torpore di un momento pieno di dolore. Laggiù trovasti il temporale, e nell'oceano di sassi senza strade anche queste parole, che iniziavano a sciogliersi sotto le prime gocce del nubifragio di maestrale che di lì a poco ti avrebbe investita senza lasciarti più niente di asciutto addosso per venticinque chilometri durante i quali non ti sarebbe poi riuscito di sentire freddo nemmeno per un attimo. Non sai perché, ma non avesti cuore di lasciarle lì a svanire. Cercavano qualcuno che non trovarono mai. Si ritrovarono, per un imperscrutabile caso della vita, sul fondo di una borsa da bici, e lì rimasero, al sicuro tra i due fondi impermeabili, al sicuro persino dalla mano ladra che osò scollarle dalla pietra bianca sulla quale sarebbero colate di lì a poco, se quella mano avesse avuto la decenza di farsi i fatti propri. Fino a oggi. Quattro anni dopo. Chissà da dove venivano, chissà da chi avrebbero voluto andare. Ogni tanto te lo domandavi, senza però riuscire a ricordarti del provvidenziale doppio fondo. Finirono in un fiume di sassi, e poi qui. Una Voce lontana, che in un posto come quello osò dire: se dovessi mai trovare queste parole, promettimi che.

Perdona, sconosciuta Barbara, ma la pioggia ti avrebbe tradito. E anche una che passava di là, arrancando e sbuffando, tentando di aprirsi una strada con la bici, fuggendo da un'ombra.

*

*
Ho dato sfogo alla mia follia creativa, non riuscivo a trattenere più —————– di un posto che chissà ——— ——— dovrebbe collegare i miei pensieri ai tuoi. Folle fino alla fine, pensando che magari venga anche a te la voglia di venire qui un giorno e trovarci materializzati tutti i momenti in cui ti ho pensato. Non è tristezza la mia, piuttosto stanchezza.
Vengo in un posto come questo eppure non riesco a sentirmi libera. Sembra quasi che ho messo via il diritto di amarti. Mi ero illusa che quello appartenesse a me, e invece, forse, ho scoperto che è stato l'errore più grande.
Sarebbe stato sicuramente meglio riuscire a ———— lì dentro che mi spingeva per il sentimento che tu conosci, ma, come sai forse, non ci sono riuscita, e anzi —— come nel mio stile, ho fatto di quel sentimento un diritto. E' ————————, — credo anche te stesso infondo. Se ti avessi amato davvero non lo avrei fatto? Non credo, perché se questo non è amore, vorrei proprio sapere allora l'amore cos'è? Sia, accettiamo pure il destino che ci tiene lontani, però promettimi che se troverai questa lettera tornerai da me, perché non è semplice coincidenza, e perché siamo in due ad aspettarti
.

Con profondo amore

Barbara.

Assenza

gennaio 18, 2011

La to presenza assenza
la to desterminada valenza
in dimension diversa
me scaturisse

Desiderante tormento
lenta combustion
de pazienza
senza mai fin
malstar benstar
pienezza d'ogni vòdo

Supplizio de no supplicar
par no dir
e gnente èsser
par èsser
gnente volenza
solo comunicanza
e

In t'un momento
xe sta un svolar de piume de ale
neve de falìve
ne la non aria
             memoria
'na parvenza
assente
segno che no se vede
che xe el tuto
del gnente
xe sta un presente
più del presente
più del passà del futuro
un maùro maurarse
de quel che nato
ancora drento no xe
ma che xe
               andar e star
               in t'un stesso momento
Trasparente del mondo
sostanza
rarefazion
               mancanza
nel giazzo e nell'ardenza
de la to beatitudine
che senza
sentir se sente
senza sperar se spera
mente
che mai no mente
grazia che no xe grazia
preghiera che no xe preghiera
ma libertà vera
de assenza

e

[Ernesto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

Voce del verbo: torna e tornisci(mi).

dicembre 2, 2010

Oh mare, oh mare,
dopo una vita intiera
adesso che fa sera
tu turni in t'el gno cuor.

De tanta lontanansa
tu vien comò un'aurora
co' i rissi che te indora,
co'l 'l silensio del sol.

E me, col cuor tremante,
vardo a la maravegia
che drento me se svegia,
se verze comò un fior
.

[Biagio Marin, da El fogo del ponente, 1959]

*

L'inverno di Grado, nei giorni più freddi del fondo dell'inverno, è un cristallo blu fuso con l'aria e con il sale del mare, un cristallo che la gente esce a cacciarsi nei polmoni appena spunta un giorno più limpido, alla più piccola e indecisa tregua della pioggia. In tanto escono a respirare la spiaggia d'inverno così, silenziosi, appena appena sorridenti e imbacuccati fino ai denti, ché in genere questo freddo blu cristallo è un dono della Bora, con i cani intirizziti ma tutti presi dai mucchi di alghe ghiacciate a riva, e i bambini che non gridano – come sono diversi dall'estate, adesso – ma restano assorti nella ricerca di qualche conchiglia scampata integra alla furia del mare. L'unico rumore che accompagna i passi muti sulla sabbia, intanto, è solo il ritmo lento della sega di un vecchio inginocchiato sulla battigia intento a tagliare in pezzi più piccoli un enorme palo, di quelli che segnalano i canali navigabili in laguna, strappato dall'ultima mareggiata dalla lunga fila al di là del faro. A guardarlo viene da chiedersi quando finirà mai, tanto è grosso il tronco, e quando finirà mai il mare di prendersi quegli altri tronchi, vecchi alberi contorti riemersi ora da chissà dove e da chissà quando, coperti di un manto di minuscole cozze, mantelli verdi di mucillagine e costellazioni di denti di cane bianchissimi. Io c'ero, sembrano dire, e ci sarò ancora, ancora e ancora.

Per qualche strana ragione

novembre 20, 2010

credevi che alcune cose della vita a te non sarebbero mai toccate;
non avresti mai pensato che un giorno avresti potuto sentire la mancanza di tua madre;
ti tocca passeggiare sui binari di questo Paese, contare chilometri e stazioni che c'erano o che presto non saranno più, e suscitare più di una perplessità negli altri per questo;
resti indietro con le parole e le cose da fare, fuori e dentro, ma ormai non sempre questo ti sembra sbagliato;
non potevi immaginare quanto sonno e sogni potessero diventare preziosi;
andare e tornare sono segni che non hanno mutato il loro senso, in questi anni, pur avendo acquistato dimensioni diverse a seconda del verso in cui vengono camminati;
senti la mancanza di persone che non hai mai visto, di tanto in tanto, proprio come quando eri bambina;
la pioggia, quando dura settimane, ti fa ancora sentire la mancanza del luogo in cui sei nata e cresciuta;
non riesci ancora a capacitarti della bellezza del luogo in cui abiti, e del modo in cui lo abiti;
ancora ti chiedi, spesso anche in un'altra lingua: perché no?